Consorzio Tutela e Promozione dei Vini Reggiani D.O.P.

EN - IT
Dalla Montagna alla Bassa (il confine tra le due zone è segnato dalla via Emilia), dalla gran contessa Matilde di Canossa al pittore naïf di Gualtieri Antonio Ligabue, la storia e la cultura di questo territorio hanno sempre palpitato intorno alla campagna e ai suoi frutti: il cibo, i saperi, i valori. Oggi la provincia agricola di Reggio Emilia è percorsa da un fermento rivoluzionario, che dai tini colmi di mosto si sta propagando tra gli agricoltori, i ristoratori, gli amministratori locali fino a contagiare l’intera popolazione e a smussare i pensieri di tutti. Questo fermento si chiama Lambrusco.

FARE QUADRATO INTORNO ALLE PERSONE: LAVORARE INSIEME, BERE INSIEME.
Una vecchia consuetudine reggiana attribuisce la causa dei problemi sociali alla cattiva qualità del vino. “Il vino dubbio cambia la morale della gente. Solo il buon vino fa i caratteri aperti e lieti”, diceva un signore di Reggio qualche anno fa. Sembra che questa convinzione sia ben radicata nell’animo dei produttori di vino di queste parti e che, anche inconsapevolmente, sia alla base del loro lavoro. Hai la sensazione che qui le persone siano giudicate da come mangiano e bevono e che i passi avanti della civiltà si misurino dalla loro capacità di migliorare la qualità del cibo e del vino.

Tutta la storia e la cultura e le loro testimonianze, le rocche, i castelli, le chiese, i palazzi, le ville, i teatri, i poemi di Ariosto e di Boiardo, il tricolore e la Repubblica Cispadana, il Correggio, la pittura naïf e le grandi feste all’aperto sembrano riflettere questa profonda ricerca di benessere alimentare. Se hai la fortuna di godere dell’ospitalità reggiana, te ne rendi conto subito. La loro missione è star bene e far star bene. È un proposito generoso e impulsivo che sembra frizzare anche nel loro vino. Reggiano prima che lambrusco.